Nel mattino di una giornata d’agosto, quando il cielo della Normandia si stendeva come un velo di seta azzurra lambita dal sole nascente, giunsi al Mont Saint-Michel con la bassa marea, quel fenomeno che i locali chiamano “grande riflusso”, e che trasforma l’isola in una mera protuberanza di roccia emersa da un deserto di sabbia umida e luccicante.

Camminavo piano, i piedi affondanti in quella sabbia fine, compatta come una pasta di mandorle sotto il peso del mio corpo, reso più pesante dal calore che saliva dal suolo, e già in quel contatto, in quel lieve scricchiolio che accompagnava ogni passo, risvegliava in me il ricordo di quelle passeggiate estive sulla spiaggia mediterranea, dove la sabbia, simile a questa,
custodiva l’eco delle onde ritratte, come se il mare stesso, in un atto di pudica ritrosia, si fosse ritirato per rivelare i suoi segreti più intimi sotto un sole che accarezzava la pelle riportando alla memoria le sensazioni provate da un timido bacio contraccambiato.
Procedetti lungo il perimetro dell’isola, girandola tutta a piedi, sulla sabbia che si estendeva come un tappeto infinito, interrotto solo da pozze d’acqua stagnante che riflettevano il profilo delle torri come specchi distorti da un sogno. Ogni passo mi portava più vicino, e con esso cresceva l’ammirazione per quella bellezza sovrannaturale: l’abbazia, con le sue facciate di granito levigato dal vento salmastro, si innalzava in un crescendo di arcate e pinnacoli, circondata da un viluppo di costruzioni che ne amplificavano la grandiosità – case a graticcio aggrappate alla rocca come nidi di rondini, rampe fortificate che si inerpicavano su per i fianchi scoscesi, e ponti sospesi che univano i livelli come vene pulsanti di una creatura viva. Guardavo
in alto, e la luce obliqua del sole estivo accendeva le pietre di riflessi dorati, accecanti nel loro splendore, mentre le ombre si allungavano sulle mura, creando illusioni ottiche di profondità insondabili, come se l’intera struttura fosse un’emanazione della roccia stessa, un’architettura organica cresciuta dal suolo marino. In quel giro lento, durato ore forse, o minuti dilatati dal fascino ipnotico del paesaggio e dal sudore che colava lungo la schiena, sentivo il tempo dilatarsi, e la sabbia sotto i miei piedi evocava memorie lontane: il sapore salmastro sulle labbra.
Decisi allora di iniziare la salita, abbandonando la sabbia per il sentiero pavimentato che serpeggiava intorno all’isola,
un percorso a tornanti lastricato di ciottoli levigati dal passaggio di secoli di pellegrini. Salivo piano, fermandomi a ogni curva per ammirare il paesaggio che si dispiegava in un dualismo perfetto: da un lato, le costruzioni intorno all’abbazia, quel labirinto di edifici medievali – la Salle des Chevaliers con le sue volte a botte, le logge dei monaci, le cappelle sussidiarie – che si annidavano l’una nell’altra come capitoli di un manoscritto miniato, ogni pietra incisa di storie di preghiere e assedi; dall’altro, il mare, oh quel mare immenso e mutevole, le cui acque, ancora basse, si tingevano di sfumature infinite mentre la marea incominciava il suo inesorabile ritorno, esaltate dalla luce abbagliante dell’agosto che le faceva scintillare come zaffiri liquefatti.
Guardavo il cielo, le nubi del mattino erano scomparse e le onde, prima lontani rivoli argentei sulla sabbia, ora si gonfiavano in un manto turchese venato di verde smeraldo, cambiando il paesaggio con una fluidità ipnotica, come se il tempo stesso, quel tempo proustiano e soggettivo, si fondesse con il flusso cosmico delle maree sotto un sole che tingeva ogni cosa di un bagliore quasi insopportabile. In quelle sfumature – un indigo profondo che sfumava nel celeste pallido, spruzzato di spuma bianca come merletti di un vestito da sposa – rivivevo le passeggiate estive lungo la spiaggia, quando il mare, con i suoi colori cangianti e il calore che saliva dalle dune, sembrava custodire i segreti della sua anima sfuggente, e ogni onda che si infrangeva portava con sé un frammento di gelosia, di desiderio, di perdita.
Raggiunsi infine la cima, il piazzale principale antistante l’abbazia, un’ampia spianata battuta dal vento caldo che pareva il culmine di un’ascesa spirituale, un’anticamera al cielo. L’ingresso all’abbazia si apriva come una porta sul divino: il portale ogivale, fiancheggiato da statue di arcangeli incombenti, mi accoglieva in un’atmosfera di silenzio rotto solo dal sibilo del
vento tra le guglie e dal ronzio distante delle cicale. Entrai, e lì, tra le navate altissime, con i fasci di luce che filtravano dai rosoni policromi, intensi come lame di fuoco, sentii l’intera struttura vibrare di un’armonia celeste, le colonne che si inarcavano come rami di querce secolari, e il profumo di incenso antico che si mescolava all’odore di pietra umida, risvegliando in me il ricordo delle messe domenicali, quando il tintinnio delle campanelle e l’odore di cera fusa evocavano l’eterno nel transitorio estivo.
Quando ridiscesi, il tempo era mutato: la marea aveva compiuto il suo prodigio, trasformando il Mont Saint-Michel in un’isola vera e propria, cinta da un anello di acque calme che lambivano le mura con un delicato sussurro, come un mare calmo, ma potente, reclamasse la sua preda sotto il sole calante di agosto. La sabbia era svanita, inghiottita dal flusso, e l’isola galleggiava ora isolata, un gioiello gotico su un velluto blu cobalto, con le luci nascenti del crepuscolo che accendevano le finestre dell’abbazia di bagliori arancioni.
Giunto sulla terraferma, attraverso il ponte moderno che unisce l’isola al continente, mi fermai al tramonto, e lì, mentre il sole calava in un’esplosione di rossi incandescenti, il mare si infiammava di riflessi purpurei e cremisi, come un lago di lava liquida che donava all’intero scenario un’atmosfera di estasi febbrile, amplificata dal calore residuo del giorno. Quei colori – un vermiglio profondo che si dissolveva in aranci dorati, spruzzati di viola sulle creste delle onde – rinfrescavano ricordi passati con una vivezza indescrivibile. In quel tramonto al Mont Saint-Michel, il tempo si era fermato, e l’isola, ora lontana sull’acqua infuocata, appariva come un’emanazione della memoria stessa, un luogo dove il passato, risorto dalle maree della percezione, si fondeva indissolubilmente con l’eterno presente.
